




I gorilla di montagna, quelli, per intenderci, che vivono tra Rwanda, Repubblica democratica del Congo e Uganda, sono - e ve ne abbiamo già parlato (vd suggeriti) - una specie in via di rapida estinzione. I motivi sono sempre gli stessi: la deforestazione massiccia delle aree nelle quali i gorilla vivono e il bracconaggio. Ma... c'è un ma. È di questi giorni uno studio pubblicato su Emerging Infectious Diseases (vd pdf) nel quale si mette in relazione la morte di almeno due degli ultimi 800 Gorilla beringei beringei (questo il loro nome scientifico) con infezioni polmonari provocate dal metapneumovirus, un virus tipico degli umani.
Mike Cranfield, direttore del Mountain Gorilla Veterinary Project e veterinario dell’Università della California di Davis, da tempo sostiene che questi primati, entrati a contatto, negli ultimi anni, sempre più spesso con gli umani, abbiano contratto da loro malattie che non sono in grado di gestire con i propri anticorpi. Un po' - e ci si conceda il parallelismo - quel che accadde per i nativi d'America allorquando, a inizio Cinquecento, con i navigatori europei videro giungere sulle loro coste anche malattie ignote (influenza in primis). Le guerre, il commercio, ma anche il turismo, hanno insomma ulteriormente fragilizzato i gorilla di montagna che si trovano ora ad essere vittime di malattie polmonari che, come nei casi oggetto dello studio (quello di una gorilla adulta morta di polmonite secondaria e quello di un gorillino figlio di una madre con patologie respiratorie), hanno un nuovo nemico: il virus umano.
Pare certo, a questo punto, che la battaglia contro questo nuovo nemico - che ha già conquistato il secondo posto nelle cause di morte della specie - sarà ancor più dura da combattere.
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