
E’ una doccia scozzese: speranze e delusioni alternate nel giro di pochi mesi. La soluzione al problema dell’approvvigionamento di energia sembra, se non proprio a portata di mano, almeno al di sopra dell’orizzonte. E invece niente anche stavolta. Tutto rimandato ancora per un po’.
Dici “nucleare” e subito immagini reattori dalla forma vagamente sferica accanto a tozze torri di raffreddamento e, a seguire, Chernobyl, le scorie, la radioattività. Energia potenzialmente pericolosa, quindi. Senza anidride carbonica, ma certo non amichevole per l’ambiente. Ebbene, il nucleare è questo, ma non è solo questo. Questa è la fissione, grazie alla quale l’energia viene ricavata spaccando i nuclei dell’uranio. C’è però anche la fusione: l’energia ricavata fondendo i nuclei dell’idrogeno. E son solo vantaggi: è virtualmente infinita (perché l’idrogeno si ottiene dall’acqua), quasi senza scorie, a disposizione di chiunque senza dipendenza dai produttori di combustibile (perché almeno una pozza ce l’ha davvero qualsiasi Paese, per quanto povero e disgraziato). Perché non la usiamo, dunque?
Risposta: certo che la usiamo. Sappiamo produrre la fusione termonucleare da circa 60 anni. Negli ordini nucleari, per esempio. Funziona benissimo e ormai non è neppure troppo difficile. Ben diverso è riuscirci in un ambiente confinato, perché si tratta di raggiungere temperature di molte decine di milioni di gradi. I progetti ci sono e sono promettenti: le macchine tokamak, per esempio, nelle quali il plasma caldissimo è confinato in una grossa ciambella grazie a poderosi campi magnetici. Sono impianti che costano l’iradiddio, che molti Stati hanno cercato di realizzare da soli ma che ora, di fronte agli ostacoli tecnologici e all’esplosione dei costi, sembrano alla portata solo di consorzi internazionali. Come ITER.
ITER nasce ufficialmente nel 2006. Oggi è il frutto di una collaborazione internazionale fra Cina, Unione Europea (compresa la Svizzera), India, Giappone, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti, e ha già una casa: a Cadarache, nella Francia meridionale. Se e quando arriverà a compimento, ITER sarà un prototipo di reattore termonucleare a fusione: l’ultimo passo prima di un vero impianto per la produzione commerciale di energia. Se e quando, abbiamo detto, perché gli ultimi anni hanno visto un’incessante levitazione dei costi: solo per la costruzione, da 5 a 10 miliardi di euro. Incompetenza degli scienziati, incapaci di programmare decentemente? Non è così semplice: questi progetti, nei quali la tecnologia va inventata di sana pianta confrontandosi con difficoltà imprevedibili, finiscono sempre per rivelarsi assai più costosi di quanto tutti sperassero in principio. Più costosi e, purtroppo, più lenti. L’ultima notizia è infatti un ulteriore rinvio dell’accensione.
Diciamolo subito: per il momento non c’è proprio niente da accendere. ITER ancora non esiste, se non sulla carta. L’inizio delle operazioni è programmato nel prossimo decennio. Sembra però spingersi sempre un po’ più in là. Un anno fa era stato annunciato uno slittamento dal 2016 al 2018. Tre giorni fa William F. Brinkman, direttore dell’Ufficio Scientifico del Dipartimento (DOE) dell’Energia statunitense, durante una riunione del comitato dei consiglieri del DOE sull’energia da fusione ha comunicato un ulteriore rinvio al 2019. Se tanto ci dà tanto, siamo facili profeti se affermiamo che nei prossimi anni sarà rimandato ancora. Ma quale la causa, stavolta? La struttura dell’amministrazione, che vede un conflitto fra le agenzie dei singoli partner e l’organizzazione centrale. Le prime sembrano avere troppo potere e ciascuna (com’è ovvio) tira l’acqua al proprio mulino per acquisire commesse alle industrie nazionali. Nell’esprimere la propria opinione, Brinkman non ha avuto peli sulla lingua: “Se potessi mettere le mani su chi ha proposto l’attuale struttura dell’amministrazione, lo strozzerei”.
Questa è dunque la situazione. Ora c’è una commissione al lavoro per rivedere la struttura dell’amministrazione. Nel frattempo i manager dovranno correggere i costi alla luce del nuovo rinvio e riprogrammare l’agenda dei lavori: tutte modifiche che dovranno essere approvate in giugno. Intanto il tempo passa, l’anidride carbonica nell’atmosfera aumenta, Gheddafi fa le bizze e trova credito perché ha il petrolio… Alla via così.
